Pacto

SAÚDE INTEGRAL

Joelson Mora: Ensaio ‘Pacto’

Joelson Mora
Joelson Mora
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Imagem criada peloa IA do Bing, em 09/07/26 às 10:45h

A palavra pacto costuma despertar imagens muito específicas. Alguns pensam em contratos, outros em alianças religiosas e há quem a associe a histórias envoltas em mistério. Em sua essência, porém, um pacto é simplesmente um compromisso assumido com consciência e responsabilidade.

E, talvez, seja justamente aí que esteja a sua maior força.

A vida humana é construída sobre pactos.

Desde cedo fazemos acordos com a sociedade, com a família, com o trabalho e com as pessoas que cruzam o nosso caminho. Assumimos responsabilidades, fazemos promessas e estabelecemos compromissos que orientam nossas escolhas. Entretanto, existe um pacto que antecede todos os demais e que, muitas vezes, passa despercebido: o compromisso que estabelecemos com a própria consciência.

Esse pacto não é firmado com uma assinatura, mas com decisões.

Cada vez que escolhemos agir com honestidade quando ninguém está olhando, renovar um hábito, controlar uma reação impulsiva, cuidar da saúde ou oferecer perdão, reafirmamos um compromisso silencioso com quem desejamos nos tornar.

Na perspectiva espiritual, esse é o verdadeiro ponto de partida da transformação. Antes de mudar o mundo ao nosso redor, somos convidados a transformar o mundo que existe dentro de nós. Grandes tradições espirituais, cada uma à sua maneira, ensinam que a verdadeira mudança nasce no interior e se revela nas atitudes. A espiritualidade deixa de ser apenas um conjunto de crenças para tornar-se uma forma de viver.

Mas existe um aspecto ainda mais profundo.

Somos seres que influenciam e são influenciados constantemente. Nossos pensamentos despertam emoções, as emoções orientam comportamentos e nossos comportamentos moldam os ambientes onde vivemos. A ciência demonstra que estados emocionais afetam nossa saúde física, nossas relações e até a forma como enfrentamos desafios. Da mesma forma, muitas tradições filosóficas utilizam a ideia de “vibração” para representar a qualidade da presença que levamos ao mundo. Quando cultivamos serenidade, esperança, gratidão e compaixão, nossa presença tende a gerar confiança e acolhimento. Quando alimentamos medo, ressentimento ou agressividade, esses estados também se refletem na forma como nos relacionamos.

Por isso, falar em elevar a própria vibração não significa recorrer ao pensamento mágico, mas assumir a responsabilidade de cultivar pensamentos, emoções e atitudes que favoreçam uma vida mais equilibrada. Nossa energia não é apenas aquilo que sentimos; é também aquilo que transmitimos por meio da nossa presença.

Esse entendimento aproxima o conceito de pacto da Saúde Integral. Corpo, mente, emoções, relacionamentos e espiritualidade não caminham separados. Eles dialogam o tempo todo. Negligenciar um desses pilares inevitavelmente repercute nos demais.

Talvez o maior desafio da vida não seja cumprir promessas feitas aos outros, mas permanecer fiel às promessas feitas a si mesmo. Quantas vezes prometemos cuidar da saúde, dedicar mais tempo à família, estudar, descansar, desenvolver paciência ou simplesmente viver com mais propósito? Nem sempre falhamos por falta de capacidade; muitas vezes falhamos porque esquecemos de renovar diariamente esse compromisso interior.

Um pacto verdadeiro não transforma apenas um dia. Ele transforma uma identidade. Aos poucos, deixamos de agir apenas por obrigação e passamos a agir por convicção. A mudança deixa de ser um esforço temporário para tornar-se parte de quem somos.

No fim, percebemos que não existe crescimento sustentável sem coerência entre aquilo que pensamos, sentimos e fazemos. Essa coerência é o alicerce da paz interior, das relações saudáveis e da construção de uma vida com significado.

Vivemos em uma época em que muitos buscam mudar o mundo, mas poucos se perguntam: qual compromisso tenho assumido comigo mesmo?

Talvez essa seja a pergunta mais importante de todas.

Porque toda transformação verdadeira começa em silêncio, dentro da consciência, muito antes de ser percebida pelo mundo.

O primeiro pacto é com você mesmo.

Joelson Mora

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L’ombra non supera la luce

Maria Teresa Liuzzo: ‘L’ombra non supera la luce’

Maria Teresa Liuzzo
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Simon Weil, poeta di spirito religioso, diceva che ” il popolo ha bisogno di poesia come di pane”. Un margine bianco, che il poeta trasforma in voce pura che parla, e non in fiore dell’oblio nello spirito del tempo. E’ nel fascino del mistero che riemergono i sogni della sofferenza e della tragedia di un paesaggio umano, crisalide di luce e di vita. Il tempo si riappropria di se stesso: è sangue vivo nella roccia, spogliato della propria identità.

Un’eutanasia priva di piaghe in contemplazione religiosa legata ai sacri valori della vita nella loro armonia universale. L’infanzia, la memoria, il dubbio, il soffrire e l’amore quale sogno irripetibile e personale di un’osmosi nucleica quanto integrale, di una realtà innocente quanto drammatica, eppure profondamente umana. Poesia come fonte di luce, superamento delle tenebre, vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio.

L’amore colto nel vero significato di questo complesso e totalizzante aspetto della vita, non come relazione con una particolare persona: ma attitudine, orientamento di carattere che determina i rapporti della singola persona col mondo e non verso un ”oggetto” da amare. Amare una sola persona ed essere indifferenti nei confronti dei nostri simili, non sarebbe amore, ma attaccamento SIMBIOTICO o un EGOTISMO portato all’eccesso.

La maggiore conoscenza è congiunta indissolubilmente all’amore… Non va confusa la debolezza dell’individuo, che è una condizione transitoria, con lo stato normale e permanente. (ERICH FROMM – ”L’arte di amare”). In questa silloge, ”L’ombra non supera la luce ”, luce e ombra si inseguono, si alternano, ma l’una contiene l’altra, l’eterna lotta tra la vita e la morte, tra il bene e il male, la visione del mondo e della realtà nei suoi molteplici aspetti, coi principi e i valori assoluti che non possono essere dismessi.

L’ombra mai fine a se stessa, ma come viatico, attesa della gioia. Uomo – Natura – Vita non come percorso singolo, ma simultaneo. La condizione della donna, il mito, la guerra, il terrorismo, Dio, assente dai pianeti in quanto nascosto, la fame nel mondo, gli egoismi, le ingiustizie, l’arroganza, l’indifferenza, il dolore che colora il linguaggio e, spesso, dà sapore all’inesprimibile.

Presenza e regia di una psiche quasi sempre minata e in disparte, che accetta e vive i due ruoli (quello di ombra, che è agonia, coagulo del sangue, in un labirinto che disorienta, dove la mente è il bisturi e il corpo l’anima che si spoglia della propria identità), attraversa tutte le declinazioni del dolore per impadronirsi di esso, per ritrovare dignità e dimensione, essere presenza, dunque del tempo e della storia. La traslazione dell’Io in simmetria col suo diorama dionisiaco.

Strumento e ricerca, nella notte che non è sepolcro, ma grazia dell’attesa, metamorfosi della coscienza dove il sangue si fa fantasia e la vita e la speranza riemergono come luce dai fondali. E’ il sorgere dell’anima ma anche della coscienza e della saggezza. Le vite ci appaiono come fiumi, rami, raggi che si separano ma poi si intrecciano, diventano sfere, radici, oceani. Si annulla la dispersione nell’unità del divino.

Abbiamo il mondo, alimentato della nostra interiorità, dalla sfera inconscia ed oscura della nostra mente e dei nostri sensi, dal rapporto costante e biunivoco con l’umanità, con le molteplici realtà prossime o lontanissime nelle quali siamo immersi e con le quali interagiamo. E’ la sincerità dei sentimenti che gratifica il poeta, la toccante consapevolezza che fa vibrare l’anima più del fuoco che purifica; il suo respiro che non è che un punto infinitesimo nelle maglie dell’Umanità, su una strada senza fine; il donarsi del poeta in una intimità, quasi sacrale, perché la poesia è soprattutto silenzio, è la lunga gestazione di ciò che spesso le parole non riescono ad esprimere.

Ma è proprio in quel silenzio assordante che le distanze si annullano, si precipita nell’inconscio rigenerato dal rito dell’Amore, esplode la vita nel suo continuo donare: la parola si separa per giungere alle vette dello spirito. E’ la metamorfosi del pensiero nel crudo realismo degli abissi. Il sangue tace e il cuore compone restituendo alla parola verità, dignità, splendore. Si sosta in una zona intermedia della realtà (tra coscienza materiale del mondo e spiritualità), tra il polo della mente e quello dell’anima. La vita sorge dal vuoto come per incanto e il Mito e l’Amore sfrondano le angosce.

Si ha l’impressione di essere in una maglia luminosa che attrae e allo stesso tempo ci fornisce le immagini più disperate e le tensioni più diverse. Realizzare un mosaico di tanti frammenti in una realtà che ci sovrasta e in cui siamo immersi significa scendere in apnea nella memoria e uscire non con un verso, ma con il corpo e il peso della nostra coscienza, con la medesima realtà delle nostre emozioni, sentimenti, sensazioni, con l’assurda speranza di cogliere almeno l’ombra di una ragionevole luce. Poesia: voce dello Spirito, anima, mente, coscienza.

Voce simultanea di tutte le cose senza circostanze né limite, su piani o livelli. Poesia come sintesi emotiva, coscienza critica del Tempo, come luogo ”a parte” dell’esperienza umana nel nostro bisogno e rifugio del genere umano. E’ un fenomeno essenzialmente sociale in quanto scaturisce dalla mente dell’individuo. E’ un lungo, interminabile viaggio nell’anima, l’esperienza di un’emozione diretta ad un animo disposto a comprenderla e va vissuta intensamente, perché è il dono più prezioso dell’attesa.

E’ il nostro animo che si riveste di fascino e rigenera i confini tra passato e presente, tra verità e menzogna, tra fede e sogno. Come il fiume che scorre e si fa carezza e parola. Solo il cuore riesce a trovare accordi di suoni e colori. Il segreto della vera poesia è la cieca comunione dello spirito che dall’oscurità dà voce alle forme. L’uomo ha bisogno della parola (certezza) che è la necessità dell’espressione dello stesso per raggiungere una maggiore consapevolezza di sé nel mondo. Non esiste, infatti, il vuoto concepito fuori dalla nostra realtà che è insieme ardore e tormento e che si concretizza con la capacità della visione, che è la resa di un’emozione vissuta e sofferta intensamente: battito e silenzio della stessa voce.

E’ il caos dell’Infinito, col suo ordine sotterraneo. E’ l’ombra che veste l’incerto (che circoscrive il limite e l’ottusità, la disperazione del nulla) dove l’essere abita il corpo ma rimane estraneo al cuore, incapace di mostrare sé stesso nella sua fragilità e nella propria tristezza. Il consumismo fa perdere i valori umani e sociali e la poesia come l’Amore induce a subire un progressivo avvicinamento ai valori della fede nella vita familiare, civile e politica. Dà senso e valore alla propria esistenza. Senza poesia non c’è vita. L’uomo sarà concime del suo sangue ma la parola non sarà mai cenere. Un animus privo di poesia è come un paese debole laddove la famiglia è in crisi. L’individuo vive in una cortina di nebbia che sfuma i contorni di una realtà che è la tomba della parola muta, la totale mancanza di quel suo Amore.

Poesia, dunque, come coscienza del tempo. Il viaggio del Mito attraverso la parola, purezza del fuoco nella solitudine, dono del sogno che ci accompagna fino alla morte nella nenia del dolore. Poesia come sapore di conoscenza offerta quotidianamente nel canto della parola. Evitare di gareggiare per somigliare ad altri ma essere se stessi. Non aspettare che la nenia del dolore (tenebra) ci avvicini. Vivere la parola, bere nel calice della luce e non dividere la terra con i morti. Poesia come verità. Poesia come donna. Urgenza della parola come passione per il nudo (Verità) e bellezza femminile (gioia del cuore) – (vedere Sade e Masoch), l’inconscio e il problema del doppio, la vita come Arte e Arte come vita. (Freud) e la psicanalisi dei sogni, (poesia come parola sul trapezio.) (Freud).

Un susseguirsi di vero e falso, fantasmi, suicidi e omicidi per amore, l’anima schiacciata dalla psiche, il colore si sovrappone, una parola ingoia l’altra. La parola libera come l’acqua (ci riporta alle ondine nei miti germanici). La qualità che i Russi stimano di più è il possesso di Dusha, cioè dell’Anima (mantenere intatta e difendere la percezione di ciò che è immenso e puro). Poesia come luce. Un lungo viaggio dall’ignoto al consueto, il palpito espressivo come metafora dell’esistere dunque, una resa espressiva e ricerca creativa della parola che la eterna sulla carta, ne anticipa i tempi, il compiersi dell’espressione, il possesso della metafora (parola), la gioia dell’ottimismo che lega persino due anime sconosciute; le radici della memoria che legano mari, tempi, dimore, che trascinano due menti in sintonia in quell’amore stupendo che ci rende ospiti l’uno nel cuore dell’altro, guanciale su cui riposare, dove corpo e mente trasmigrano: la coscienza diviene realtà e non sospensione del tempo dove impera il vissuto, l’esperienza del quotidiano che focalizza la visione della vita e della morte, nel nostro immaginario, bensì nella piaghe del nostro respiro.

Il poeta entra in rapporto con la propria essenza, vive la poesia in modo estremo, radicale, definitivo. E’ amore per la ricerca senza fine, la conservazione di un modo originario di vivere, l’ampiezza di interessi e conoscenze: la vita con le vicende che l’attraversano. Il tempo trasformato in poesia, dunque, forma artistica, che rivela il sogno e la realtà, ma soprattutto l’emozione che è la propria anima allo specchio, il riflesso di quel magma mentale in incubazione, l’altra isola del cuore, ciò a cui neppure lo stesso poeta attinge e rimane sconosciuto persino a se stesso: è il momento del sacro.

E’ la poesia come vita, come esperienza e va cercata nel polso della gioia, colta sulla cima dei sensi, che ci rende profondamente veri, profondamente umani nell’eternità della luce e della sapienza. Poesia del Dolore, poesia della Luce, poesia della Vita. – ”Voi cercate una vita felice in un paese di morte: non è lì. come potrebbe essere una vita felice ove manca la vita?” Da ”Le Confessioni” di Sant’Agostino. La Poesia, dunque, è amore, vita, sogno di tutti i tempi e come l’Amore ”ha orrore di ciò che non è sé stesso” (H. de Balzac) in quanto ”vita è un sonno, l’amore ne è il sogno, e avrete vissuto se avrete amato” (H. de Musset). Poesia come speranza certa e segreta, coraggio e non prudenza, fuoco che rivela ciò che il gelo nasconde, emozione, passione. Usando a prestito una frase di AI QING ”Nessuno può andare contro la verità del suo cuore”. La POESIA siamo noi!

Maria Teresa Liuzzo

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Topografia da ausência

Clayton Alexandre Zocarato: Ensaio Filosófico ‘Topografia da ausência’

Clayton Alexandre Zocarato
Clayton A. Zocarato
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A primeira coisa que desapareceu não foi uma pessoa, nem um objeto, nem uma lembrança. Foi uma certeza.

Talvez você conheça essa sensação. Talvez não. Talvez esteja lendo estas linhas acreditando que ainda habita um mundo sólido, composto de fatos, identidades e significados estáveis. Mas responda com sinceridade: quantas das coisas que você chama de suas realmente permanecem? Quantas sobreviveram intactas à passagem dos anos? Quantas resistiram à lenta erosão do tempo?

A ausência começa assim.

Não como um acontecimento.

Como uma infiltração.

Ela entra pelos cantos invisíveis da existência e, pouco a pouco, corrói aquilo que parecia definitivo. Primeiro leva os rostos. Depois as vozes. Mais tarde os motivos. Por fim, quando já não resta quase nada, leva também as perguntas.

Foi numa dessas regiões silenciosas da vida que alguém despertou certa manhã e percebeu que havia esquecido uma coisa fundamental. Não sabia exatamente o quê. Talvez um acontecimento. Talvez um sentimento. Talvez a si mesmo.

Levantou-se e caminhou pela casa.

As paredes estavam onde sempre estiveram. As janelas continuavam abertas para a mesma rua. 

Os móveis guardavam a mesma disposição de décadas. Entretanto, tudo parecia deslocado por uma distância impossível de medir. Como se os objetos tivessem emigrado para dentro de si próprios.

Já aconteceu com você?

Olhar para uma fotografia antiga e sentir que a pessoa retratada é uma desconhecida?

Entrar no quarto onde passou a infância e perceber que as memórias não moram mais ali?

Ou pior: perceber que talvez nunca tenham morado.

Existe uma diferença profunda entre recordar e inventar. Contudo, quem é capaz de determinar onde termina uma coisa e começa a outra?

A memória é uma ficção escrita pelo sobrevivente.

E o sobrevivente é sempre suspeito.

Ao longo daquele dia, a sensação cresceu.

Havia uma ausência espalhada pelos cômodos.

Não a ausência de alguém específico.

A ausência daquilo que tornava todas as presenças possíveis.

Sentou-se diante da janela.

Lá fora, as pessoas atravessavam a rua carregando sacolas, compromissos, preocupações, destinos. Pareciam saber para onde iam. Pareciam compreender a lógica secreta que organiza a realidade.

Mas será que compreendiam?

Ou apenas repetiam movimentos herdados?

Quantas vidas são realmente vividas?

Quantas são apenas administradas?

Você já se perguntou isso?

Ou prefere continuar acreditando que existir e viver são sinônimos?

A tarde avançou lentamente.

O sol deslizava pelos telhados como uma moeda gasta rolando sobre uma mesa infinita.

Talvez a ausência não fosse uma falha da existência.

Talvez fosse sua arquitetura.

Talvez tudo o que existe estivesse construído sobre aquilo que falta.

O desejo nasce da ausência.

A esperança nasce da ausência.

A linguagem nasce da ausência.

Até o amor talvez seja apenas uma tentativa desesperada de preencher um espaço que jamais poderá ser preenchido.

Pense nisso.

Se fôssemos completos, amaríamos?

Se nada nos faltasse, desejaríamos?

Se estivéssemos inteiros, procuraríamos alguém?

Talvez não.

Talvez o ser humano seja apenas uma ferida que aprendeu a falar.

A noite chegou.

E com ela vieram os corredores.

Não os corredores da casa.

Os corredores da consciência.

Aqueles lugares escuros onde pensamentos esquecidos continuam andando de um lado para o outro como prisioneiros que perderam a memória do crime.

Lá dentro existiam portas.

Milhares delas.

Atrás de algumas havia lembranças.

Atrás de outras havia arrependimentos.

Muitas escondiam futuros que nunca aconteceram.

Você guarda quantos futuros mortos dentro de si?

Quantas versões da sua vida foram abandonadas pelo caminho?

Quantas cidades você não conheceu?

Quantas palavras não disse?

Quantos amores não viveu?

Há cemitérios inteiros dentro de cada pessoa.

Mas ninguém fala deles.

Porque o mundo prefere celebrar as realizações.

A ausência não vende livros de autoajuda.

A ausência não produz heróis.

A ausência não cabe nos discursos motivacionais.

Entretanto, ela está em toda parte.

Ela mora atrás dos olhos.

Respira entre duas frases.

Habita os espaços vazios das fotografias.

Talvez esteja lendo este texto junto com você.

Talvez seja ela quem move seus olhos neste exato instante.

A madrugada avançava.

O silêncio tornava-se cada vez mais espesso.

Então aconteceu algo estranho.

As paredes começaram a desaparecer.

Não fisicamente.

Metafisicamente.

Como se perdessem sua função.

Como se deixassem de separar dentro e fora.

Eu e mundo.

Sujeito e objeto.

Tudo parecia dissolver-se numa espécie de névoa ontológica.

Quem observava?

Quem era observado?

Onde terminava a consciência?

Onde começava a realidade?

As perguntas se multiplicavam.

Mas nenhuma resposta surgia.

E talvez fosse melhor assim.

As respostas costumam ser túmulos prematuros para perguntas importantes.

A humanidade construiu religiões para responder.

Construiu filosofias para responder.

Construiu ideologias para responder.

Entretanto, séculos depois, continua sentada diante do mesmo abismo.

Mudaram apenas os nomes.

O vazio permaneceu.

Você consegue suportar essa ideia?

A possibilidade de que não exista uma explicação final?

De que o universo não esconda uma mensagem secreta?

De que talvez o sentido não esteja esperando para ser encontrado?

Talvez precise ser inventado.

Ou talvez nem isso.

Talvez a obsessão pelo sentido seja apenas mais uma forma de medo.

Medo da ausência.

Medo do silêncio.

Medo daquilo que permanece quando todas as narrativas desmoronam.

Perto do amanhecer, surgiu uma visão.

Uma paisagem imensa.

Sem árvores.

Sem rios.

Sem montanhas.

Uma extensão infinita composta exclusivamente de vazios.

Como um mapa.

Uma cartografia do que não existe.

Uma topografia da ausência.

E então tornou-se evidente.

A vida inteira havia sido passada tentando preencher aqueles espaços.

Com trabalho.

Com dinheiro.

Com relacionamentos.

Com crenças.

Com memórias.

Com distrações.

Mas os espaços permaneciam.

Porque não haviam sido feitos para ser preenchidos.

E sim habitados.

Há uma diferença enorme entre eliminar o vazio e aprender a viver dentro dele.

A maioria das pessoas passa a existência inteira fugindo.

Correndo de compromisso em compromisso.

De tela em tela.

De ruído em ruído.

Como se o silêncio fosse um predador.

Como se a solidão fosse uma doença.

Como se a ausência fosse um erro.

Mas e se ela não for?

E se a ausência for justamente aquilo que nos torna humanos?

E se ela for o espaço onde nasce a liberdade?

Porque somente quem não está completo pode escolher.

Somente quem não está terminado pode transformar-se.

Somente quem não possui todas as respostas pode continuar procurando.

O sol começou a nascer.

Uma luz pálida atravessou a janela.

Nada havia mudado.

A casa continuava a mesma.

A rua permanecia igual.

Os objetos estavam onde sempre estiveram.

Entretanto, alguma coisa havia se deslocado.

Talvez a compreensão.

Talvez a ilusão.

Talvez apenas a forma de olhar.

A ausência continuava ali.

Mas agora possuía relevo.

Possuía profundidade.

Possuía geografia.

Já não era um inimigo.

Era uma paisagem.

E toda paisagem exige contemplação.

Você também carrega a sua.

Talvez a esconda atrás das tarefas diárias.

Talvez a disfarce com palavras bonitas.

Talvez a cubra com sucessos, projetos e promessas.

Mas ela está aí.

Esperando.

Não para ser vencida.

Não para ser curada.

Não para ser preenchida.

Esperando para ser reconhecida.

Porque, no final de todas as jornadas, depois que os amores partem, depois que os sonhos envelhecem, depois que os nomes desaparecem das lápides e as fotografias perdem suas cores, resta uma pergunta simples e terrível.

Quem somos quando tudo aquilo que nos definia se ausenta?

Talvez você passe a vida inteira procurando a resposta.

Talvez nunca a encontre.

Mas talvez a verdadeira questão não seja encontrar.

Talvez seja aprender a caminhar.

Atravessar os desertos interiores.

Escutar os ecos.

Habitar os vazios.

Ler os contornos invisíveis daquilo que falta.

E reconhecer, enfim, que a existência não é um território de presenças.

E, ainda assim, a travessia não termina quando se reconhece a paisagem.

Este é o engano mais antigo da consciência.

Acreditar que compreender uma ferida equivale a cicatrizá-la.

Não equivale.

Há conhecimentos que não libertam. Há revelações que apenas ampliam a extensão do horizonte. E todo horizonte ampliado carrega consigo uma quantidade ainda maior de desconhecido.

Foi isso que se descobriu depois.

A ausência não era apenas uma região da existência.

Era também um método.

Uma linguagem.

Uma forma pela qual o próprio real se manifestava.

Observe uma árvore.

Você dirá que ela existe porque vê seu tronco, seus galhos, suas folhas. Mas o que permite à árvore ser árvore não é apenas aquilo que aparece. São também os espaços invisíveis entre as raízes e a terra, entre as folhas e o vento, entre a matéria e o tempo.

Observe uma casa.

O que a torna habitável não são os tijolos.

São os vazios entre os tijolos.

Os corredores.

As portas.

As janelas.

Os espaços que podem ser atravessados.

Talvez o mesmo aconteça com a vida.

Talvez aquilo que somos não esteja contido apenas nas presenças que acumulamos, mas nos vazios que conseguimos sustentar sem desmoronar.

Você já pensou nisso?

Talvez sua identidade não seja formada pelas certezas que possui.

Talvez seja formada pelas ausências que aprendeu a carregar.

Há pessoas que nunca se recuperam de uma perda.

Não porque a perda seja insuportável.

Mas porque construíram a própria existência sobre a ilusão da permanência.

E nada permanece.

Nem mesmo esta frase.

No instante em que você a lê, ela já pertence ao passado.

No instante em que compreende seu significado, ela já começou a desaparecer.

Tudo escapa.

Tudo flui.

Tudo abandona silenciosamente aquilo que foi.

Talvez seja por isso que o ser humano inventou monumentos.

Livros.

Arquivos.

Museus.

Fotografias.

Não para preservar o passado.

Mas para negociar com o desaparecimento.

Toda memória é um tratado diplomático assinado com o esquecimento.

Toda lembrança é uma tentativa de retardar o inevitável.

Mas o inevitável possui uma paciência infinita.

Ele espera.

Sempre espera.

Há algo profundamente perturbador nisso.

O fato de que o universo não precisa nos destruir.

Basta aguardar.

O tempo faz o restante.

As cidades afundam.

Os idiomas morrem.

As civilizações tornam-se notas de rodapé.

Os amores transformam-se em nomes que ninguém mais pronuncia.

E até os deuses, quando esquecidos, acabam desaparecendo.

Você percebe a dimensão desse silêncio?

Pense em todas as pessoas que viveram antes de você.

Bilhões.

Respiraram.

Amaram.

Sofreram.

Planejaram futuros.

Temeram a morte.

Contemplaram o céu.

E agora?

Onde estão?

Talvez em lugar algum.

Talvez apenas nesta pergunta.

Talvez a verdadeira morada dos mortos não seja a terra.

Mas a ausência.

E talvez seja exatamente por isso que a ausência provoque tanto medo.

Porque ela nos lembra de nossa condição transitória.

Ela desmonta a fantasia da centralidade.

Mostra que não somos o centro da história.

Nem mesmo da nossa própria história.

Quantas decisões que moldaram sua vida foram realmente suas?

Quantos desejos nasceram em você?

Quantos foram herdados?

Quantos medos pertencem verdadeiramente à sua experiência?

Quantos foram transmitidos como uma herança invisível?

Existe uma estranha arrogância em acreditar que somos inteiramente autores de nós mesmos.

Talvez sejamos mais parecidos com ruínas em construção.

Fragmentos sobre fragmentos.

Vestígios sobre vestígios.

Ausências empilhadas umas sobre as outras.

E, mesmo assim, continuamos procurando uma essência.

Uma verdade definitiva.

Um núcleo imóvel.

Como arqueólogos procurando um centro que talvez nunca tenha existido.

Mas imagine, por um momento, que não exista centro algum.

Imagine que a identidade seja apenas movimento.

Imagine que o eu não passe de uma narrativa provisória que contamos para suportar a vertigem.

O que aconteceria?

Você se sentiria livre?

Ou aterrorizado?

Porque a liberdade absoluta possui algo em comum com o abismo.

Ambos eliminam os corrimãos.

Ambos exigem responsabilidade.

Ambos retiram os mapas.

Talvez seja por isso que tantas pessoas preferem as prisões invisíveis.

Elas oferecem conforto.

Oferecem direção.

Oferecem a ilusão de estabilidade.

É mais fácil viver dentro de uma resposta equivocada do que atravessar uma pergunta verdadeira.

No entanto, a ausência continua trabalhando.

Pacientemente.

Ela remove máscaras.

Desgasta convicções.

Enfraquece dogmas.

Até que um dia o indivíduo se encontre diante de si mesmo sem os adornos habituais.

Sem títulos.

Sem funções.

Sem aplausos.

Sem testemunhas.

Apenas consciência.

Apenas silêncio.

Apenas o eco da própria finitude.

E então surge a questão que ninguém consegue evitar para sempre.

O que fazer com o tempo que resta?

Não o tempo abstrato.

Não o tempo filosófico.

Mas o tempo concreto.

Os dias limitados.

As manhãs numeradas.

As noites contáveis.

O estoque invisível de horas que diminui enquanto você lê estas palavras.

O que fazer com isso?

Acumular?

Competir?

Consumir?

Esquecer?

Esperar?

Ou viver?

Mas o que significa viver?

Porque viver não parece ser apenas existir.

As pedras existem.

Os planetas existem.

As máquinas existem.

Viver talvez seja outra coisa.

Talvez seja a capacidade de olhar para o vazio sem fugir imediatamente dele.

Talvez seja suportar a consciência da perda sem transformar a vida em ressentimento.

Talvez seja aprender que o sentido não está escondido em algum lugar distante, aguardando descoberta, mas emerge brevemente nos encontros, nos gestos, nas contemplações e nos instantes que se recusam a durar.

Instantes.

Apenas isso.

Talvez toda a eternidade humana esteja contida em alguns instantes.

Um olhar.

Uma palavra.

Um silêncio compartilhado.

Uma tarde esquecida.

Um céu observado sem motivo.

E então a ausência ganha um significado inesperado.

Porque sem ela nada teria valor.

Se tudo permanecesse para sempre, nada seria precioso.

Se nada pudesse ser perdido, nada mereceria ser amado.

A finitude não é apenas uma condenação.

É também aquilo que confere intensidade à experiência.

Aquilo que transforma um momento comum em algo irrepetível.

Aquilo que faz do amor mais do que hábito.

Aquilo que faz da despedida mais do que distância.

Aquilo que faz da existência mais do que mera permanência.

Talvez seja este o último relevo da topografia da ausência.

A descoberta de que o vazio não está diante de nós.

Está dentro de tudo.

Dentro da beleza.

Dentro da memória.

Dentro do desejo.

Dentro da esperança.

E talvez até dentro da felicidade.

Não como uma falha.

Mas como sua condição de possibilidade.

Porque tudo aquilo que amamos carrega em si a promessa do desaparecimento.

E exatamente por isso amamos.

No fim, quando todas as explicações se recolhem e as teorias perdem a voz, resta apenas a paisagem.

Uma vasta paisagem de presenças transitórias atravessando ausências infinitas.

E você continua caminhando.

Sem respostas definitivas.

Sem garantias.

Sem mapas confiáveis.

Mas caminhando.

Talvez seja isso o que significa existir.

Não conquistar o território.

Não decifrar o mistério.

Não preencher o vazio.

Mas seguir adiante, consciente de que cada passo é desenhado sobre o solo instável daquilo que falta.

E aceitar que, entre o nascimento e o esquecimento, toda vida humana não passa de uma breve inscrição traçada sobre a superfície móvel da ausência — uma escrita frágil que o tempo lentamente apaga, mas que, enquanto existe, ilumina por um instante a escuridão insondável do ser.

Clayton Alexandre Zocarato

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Autenticidade

Cristina Rhea

‘Autenticidade, este conceito de existência da vida humana’

Rhea Cristina
Rhea Cristina
Tema da imagem: autenticidade - Imagem gerada pelo ChatGPT - https://chatgpt.com/c/69bb037c-1a0c-832e-bcc6-df69a46a7dea - 24 abril 2026, 21:21:53
Tema da imagem: autenticidade – Imagem gerada pelo ChatGPT – https://chatgpt.com/c/69bb037c-1a0c-832e-bcc6-df69a46a7dea – 24 abril 2026, 21:21:53

Somos perfeitos, em todas as nossas imperfeições! Se olharmos com sinceridade para o fundo do nosso ser, a autenticidade é mais do que um estilo de vida. Porque ser autêntico nestes tempos de mudanças planetárias é uma condição sine qua non da existência humana.

O que dizemos, o que fazemos ou o que pensamos está ligado à autenticidade de cada um de nós e tem início no amor-próprio. É com ele que a vida em nós começa e com ele que se encerra a nossa existência física na Terra. A autenticidade torna-se, assim, um dom incomparável.

Claro que viemos experimentar a vida neste plano de formas completamente diferentes. A evolução espiritual de cada um é uma escolha estritamente individual e, dependendo dela, nos aproximamos ou nos afastamos da nossa autenticidade.

As pessoas autênticas sabem viver o momento em sua beleza mais preciosa. Quando digo isso, não me refiro apenas aos momentos felizes da vida, mas também aos de sofrimento. O destino é vivido em etapas distintas da vida, que nos ajudam a crescer espiritualmente.

Eu, na maioria das vezes, encontrei a autenticidade com frequência em pessoas simples, que vivem a partir do espaço do Amor, da bondade, do respeito e da confiança nas pessoas. Elas têm uma vibração energética que lhes permite libertar-se dos bloqueios do ego. Conseguiram, de forma intrínseca, permitir que a luz da Consciência penetrasse em sua própria existência e traçar, elas mesmas, o seu destino.

A autenticidade está presente, muitas vezes, em pessoas que não são, frequentemente, aquelas com altos estudos ou preocupadas com conceitos filosóficos sobre o mundo ou a vida. No entanto, são elas que conseguem se conectar de forma mais profunda com outras pessoas.

Como seres multidimensionais que somos, escolhemos ter na Terra uma experiência humana, física. No entanto, depende apenas de nós escolher permanecer, nesta existência física, aqueles seres energéticos e espirituais que viemos ser aqui. A autenticidade faz parte desse conceito de existência da vida humana.

Ao mesmo tempo, estamos em pleno processo de ascensão espiritual planetária. Apenas aqueles que não querem conhecer o seu eu interior, divino, não reconhecem isso. Porque não estamos curados — todos nós ainda não estamos completamente curados. Estamos apenas na escala da cura. Quando sentirmos a nossa perfeição, saberemos amar a nós mesmos, uns aos outros, e estaremos curados: das feridas, da violência, da raiva, da vingança, das emoções e sentimentos negativos. Das tempestades em nossas almas.

A nossa grandeza interior começa com o ser autêntico, continua com uma alta vibração energética e, por fim, com a elevação da consciência humana em nível global. Doloroso ou sublime, é uma necessidade do ser humano SER NO PRESENTE, em escala planetária, atravessar juntos esse caminho.

Ensaio realizado por Rhea Cristina. Qualquer uso do conteúdo desta entrevista implica citar a fonte e requer o consentimento prévio por escrito de Rhea Cristina.Todos os direitos reservados © Rhea Cristina, www.cristinarhea.wordpress.com

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